Pillole di cultura Sociale n. 3

LO SGUARDO DELL’OPERATORE SOCIO-SANITARIO ALLA PERSONA AFFETTA DA MALATTIA MENTALE

 

 

Nelle alterne situazioni dell’esistenza, il benessere mentale, al pari di quello fisico, è l’obiettivo verso cui l’individuo tende costantemente e la persona che soffre di una condizione grave di malattia mentale richiama l’operatore socio sanitario ad un grande sforzo per poterla accogliere.

Di fronte alla perdita della capacità di autodeterminarsi e autogestirsi nell’aggressività, nella tristezza, nei deliri, nelle allucinazioni, nelle ossessioni e di chiedere aiuto e spesso anche di accettarlo, i buoni propositi e le buone intenzioni dell’operatore socio sanitario, improvvisamente, sembrano non bastare più.

Capire perciò quale sia il bisogno dell’assistito in quel determinato momento, imparandone ad interpretare i gesti, le espressioni facciali, la postura, l’atteggiamento migliore da tenere con lui in quel frangente, può diventare molto, molto faticoso. Ogni situazione richiamerà l’operatore ad una maggiore empatia per entrare in sintonia con la sofferenza della persona e comprenderne il punto di vista.

Il rischio, di fronte allo smarrimento e al timore per la propria incolumità e quella dell’assistito, può essere quello di distanziarsi per non farsi coinvolgere troppo nei propri sentimenti e assumere esasperati atteggiamenti paternalistici o comunque squalificanti lontani dai reali bisogni dell’assistito.

Di fronte, l’operatore ha sempre una Persona, una Persona che vive le sue emozioni e che ogni giorno si mette alla prova per “funzionare” come le persone “normali” alle quali sembra chiedere di non pensare ad essa come alla sua malattia. Guardiamola negli occhi mentre le stiamo parlando e verifichiamo di essere stati capiti e anche se raramente ricambierà il nostro sguardo, lasciamo che il linguaggio del nostro corpo le comunichi il nostro interesse per quello che è stata in grado di restituirci.

Spesso può irritarsi per le nostre promesse non mantenute, per un’eccessiva vicinanza o per espressioni radicali come un “no!” o “non si può!” o risposte generiche, ambigue o prive di significato.

Con un comportamento pacato, rassicurante, un tono di voce non troppo alto, con parole e frasi semplici ben scandite lo aiuteremo a capire quando una parola finisce e inizia quella successiva, permettendoci una migliore interazione. E non insistiamo sul “perché” di qualcosa ma sul “come”, sul “quando”, sul “cosa” si sta per fare, espressioni più favorevoli al nascere di un rapporto di collaborazione.

La persona sofferente ci crede quando racconta la “sua” realtà bizzarra e improbabile e non desidera essere contraddetta o derisa per le sue visioni e allucinazioni perciò non scherziamo o minimizziamo cercando di convincerla con motivazioni razionali sulle cose che dice ma forniamole un ascolto attento e non investigativo. Ponendo dei limiti ad argomenti ripetitivi a favore di quelli realistici, incoraggiamola a parlare senza nascondere la nostra difficoltà a comprenderla del tutto e non offendiamoci o arrabbiamoci se ci vengono rivolte parole o reazioni negative.

E quando non siamo con la persona assistita, preoccupiamoci di noi stessi, godiamo del nostro tempo libero, creiamo momenti solo per rilassarci perché la malattia mentale ci impone profonde riflessioni sulle nostre reazioni emotive, sui nostri limiti, le nostre paure, le nostre incertezze, le nostre debolezze, i nostri punti di forza… un cammino continuo che ci spinge a cambiare, a migliorare, ad andare avanti, a guardare con occhi diversi il “diverso”.

 

“L’utopia dei sogni, continuando a viaggiare sulle ali della razionalità, perde le tracce sulla strada del cuore”

Teresa Averta

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